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I FAVOLOSI ANNI OTTANTA, la testimonianza di Aldo SPOLDI 
I FAVOLOSI ANNI OTTANTA, la testimonianza di Aldo SPOLDI
Cosa sono gli anni Ottanta?
A me pare siano un derivato, non solo cronologico ma anche “filosoficamente debole” del 1977. Ho fatto notare ciò al recente simposio in occasione del cinquantesimo anniversario della rivista Flash Art. Qui di seguito riporto le “sette tesi” che ho presentato.

Le 7 tesi sugli anni Ottanta.
1. Gli anni Ottanta? A me pare che inizino nel 1977.

2. E’ il 1977 l’anno in cui i grandi racconti del marxismo, dell’arte concettuale, della Banda del Marameo e del Gran Rifiuto si aprono ad un mondo nuovo.

3. Nelle librerie i volumi di Marx, Lenin, Gramsci e Mao lasciano il posto agli scritti di Foucault, Deleuze, Baudrillard, Lyotard.
Nelle gallerie dell’arte concettuale e nei musei il corpo della pittura inizia l’attacco al vuoto dell’arte concettuale. Mentre il materialismo storico si trasforma in rizoma, la Banda del Marameo si muta nel Teatro di Oklahoma.

4. Ironicamente la caduta dei grandi racconti stravolge il senso di uno dei testi più significativi dell’arte concettuale “L’arte dopo la filosofia” di Joseph Kosuth che assume immediatamente un significato agonistico.
Il “dopo” contenuto nel titolo dello scritto di Kosuth, non è quello che supera la filosofia, ma quello che sta dietro.
Nel sistema della Formula Uno l’arte risulterebbe seconda e la filosofia prima.

5. Dio mio! Che bella gara! L’arte è seconda dietro ad una filosofia che corre sui bordi, che deborda e, per eccesso di cuore, va in testacoda ed esce di strada.

6. Guarda un po’! Il 1980 non sta mai fermo. Prima spinge all’indietro verso il 1977, che viene trascinato ancor più indietro nel 1968, poi parte via e spinge verso i primi anni Novanta. Sembra quasi dare i numeri.

7. Gli anni Ottanta preludono e spianano la strada ai parametri di Maastricht, dove si sta costruendo un mondo intero e dove tutti danno i numeri.
Cosa facevo io negli anni Ottanta? Innamorato dell’arte e della finanza ho costruito la Banca di Oklahoma che, in anticipo sull’Euro, ha battuto una moneta detta “Brunello”.

Perché?
E’ nel 1977 che viene prodotta dalla Porsche la 928/8V, una gran turismo ad alte prestazioni che perde però il “grande racconto” della pericolosità della sportiva purosangue. Contemporaneamente al mito della velocità rischiosa, crolla anche la “narrazione” legittimante del marxismo e dell’arte povera, la stessa arte concettuale rimane senza concetto e la body art senza corpo.
Per quale ragione l’arte povera, l’arte concettuale, la body art smarriscono la legittimazione? E’ capitato a Merz, all’Abramovic, a Kosuth ciò che in anticipo è successo al dollaro.
Il donchisciottesco Nixon slegando, il 15 agosto del 1971, la moneta verde dall’oro, separa “le parole dalle cose”. La moneta senza referente dà vita al vestito senza corpo, alla maschera senza volto, al simulacro che prende il posto del concetto e il mito della ricchezza sostituisce il “gran rifiuto”.
Se cade il concetto svanisce il corpo e il “grande racconto” del marxismo perché la Pattner Painting, i Nuovi Nuovi, il Magico-Primario, la Transavanguardia, la Pittura Colta trovano tanta credibilità? La critica d’arte degli anni ottanta poggia i piedi in due mondi. Fa da ponte tra il “moderno” che sta per uscire di scena e il “postmoderno” che apre il sipario della società dei simulacri.

Che lavoro ho fatto in quegli anni?
Come lavoro ho fatto l’insegnante. Per diletto ho trasformato la sessantottesca “Banda del Marameo”, costituita da studente al Liceo Artistico insieme a Daniela e Giuseppe e Elio, in “Teatro di Oklahoma” fatto in collaborazione con alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Aiutato da Loredana Parmesani e Patrizia Gillo ho trasformato il “Teatro di Oklahoma” in “Banca di Oklahoma”, che batteva una moneta detta “Brunello”. Sempre per gioco serio ho partecipato ai movimenti neoavanguardistici dei Nuovi Nuovi di Renato Barilli, al Magico Primario di Flavio Caroli, all’Arte Mia di Francesca Alinovi e alla Pittura Teatrica di Loredana Parmesani. In seguito, in collaborazione con la Cooperativa Ceramiche di Imola e lo Studio Marconi, ho composto l’opera lirica “Enrico il Verde”.

Quali sono state, in quegli anni, le mostre per me più significative?
Mi muovo poco e leggo tanto. A Bagnolo Cremasco, a 500 metri dall’Accademia dello Scivolo, ho visitato una mostra, curata da Patrizia Gillo nel 1976, dal titolo “Radicalismo e integrazione” (presso uno spazio di ricerca artistica “Collaborazione Automatica”) dove erano presenti quasi tutti gli artisti dell’arte povera, dell’arte concettuale e della body art, con opere molto belle. Davanti a tali opere mi parve di capire che stavano per finire le legittimazioni e le narrazioni che avevano sostenuto quelle ricerche. Corsi da Luciano Inga-Pin a dirglielo.

Gli artisti che frequentavo maggiormente?
Sono poco interessato agli artisti ma molto interessato alle loro opere. Costante invece è stata la mia collaborazione con Giorgio Marconi. Detesto gli artisti. Artisti, critici, galleristi li ho frequentati poco. Sono un po’ come Andrea Bortolon, sono timido. In compenso ho guardato tanto le opere degli artisti, letto i libri dei critici e dei filosofi e visitato sulle riviste d’arte più mostre possibile. In quegli anni sono stato amico di Walter Giudobaldi, Francesco Leonetti, Piero Quaglino, Mino Ceretti, Peppo Peduzzi, Gianni-Emilio Simonetti e i compagni dell’Accademia con i quali ho organizzato il “Teatro di Oklahoma”. Ho fatto il giro del mondo in biblioteca.

“Banca di Oklahoma”, 1988, Placentia Arte, Piacenza

“Riccardo III”, 1980 e “Maestro Pulce”, 1981

Copertina “Premio Bolaffi”, 1981

Aldo Spoldi nello studio di Crema, 1982

Aldo Spoldi,” Teatro di Oklahoma”, Galleria Inga Pin, Milano 1977 (Foto Giorgio Colombo)
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